1853, Nizza: un duello mortale

A pagina 114 della sua raccolta di notizie sulle sfide d'onore intitolata non a caso "Duelli Mortali" e pubblicata nel 1899, Jacopo Gelli racconta di un duello svoltosi a Nizza nel 1853, quando, è bene ricordarlo, la città era ancora territorio appartenente al regno di Sardegna.

Per questo motivo nella città era di stanza il 13° Reggimento di Fanteria del Regno, di cui faceva parte, con il grado di Sottotenente, Luigi Bottoni, nativo di Fontano (paesino di montagna oggi in Francia, non lontano dal confine con l'Italia), allora ventinovenne.

Il Gelli riporta il duello anche nel successivo suo testo, "Duelli celebri", del 1928.

Il Gelli racconta la vicenda in estrema sintesi nel primo testo, con qualche dettaglio in più nel secondo (ma sbagliando la data dell'offesa, che fu il 3 e non il 7 luglio), probabilmente alla luce di qualche documento in più venuto in suo possesso.

La sfida era nata, nella serata del 3 luglio 1853, come purtroppo troppo spesso accadeva, da una frase mal posta e da una successiva risposta troppo brusca che aveva causato un crescendo di repliche e offese tra il sottotenente e il noto avvocato di Nizza Gioachino Airaudi-Veglio, suo coetaneo ed ex compagno di scuola.

Secondo la testimonianza resa in fase processuale dal Bottoni, l'avvocato avrebbe dato del "giocatore e disperato al militare, il quale avrebbe risposto che i suoi amici, nessuno escluso (e quindi incluso anche l'Airaudi), erano tutti dei "traditori e cappon" (codardi in dialetto nizzardo).

La sfida a duello, secondo alcune testimonianze riportate durante le udienze, fu favorita dai padrini (anche se tutti i padrini e testimoni furono infine assolti dalle accuse in sede processuale) nonostante i primi tentativi dell'avvocato di appellarsi al Codice penale e non alle armi, si svolse all'alba del 9 luglio, presso il fiume Varo, e la scelta dell'arma cadde sulla pistola.


Essendo il Bottoni l'offeso, fu il primo a sparare, seguito dal colpo, non a segno, dell'Airaudi. Nessuno sembrava essere stato colpito e, come spesso accadeva, i due stavano per riconciliarsi con un abbraccio, quando l'avvocato nizzardo cadde a terra. Si scoprì subito che era stato colpito al petto senza accorgersene (!). Soccorso dagli astanti fu portato in ospedale dove morì cinque giorni dopo (e non il giorno stesso come sembrano suggerire le parole del Gelli).


Jacopo Gelli riporta anche le conseguenze del processo che venne istituito a seguito dell'accusa per omicidio del Bottoni: da una iniziale condanna a 30 anni di reclusione, la pena venne ridotta in appello a 15 anni e il militare venne pubblicamente degradato, strappandogli dal cappello e dall'uniforme i gradi e le medaglie. L'onta fu tale che il Bottoni svenne e il reggimento sfilò di fronte al suo corpo steso a terra privo di conoscenza.

La descrizione della degradazione del sottotenente Bottoni (J.Gelli, Duelli celebri, 1928, pp.236-237)

Solo la clemenza del Re, che spesso interveniva in simili questioni perché il duello d'onore era sì riprovato e condannato dalle leggi, ma riconosciuto quanto meno necessario tra i gentiluomini del tempo, poté evitare al Bottoni l'umiliazione della prigionia definitiva, concedendo al condannato una grazia verso la fine dell'anno 1853, secondo quanto riporta il Gelli nel già citato "Duelli Celebri" del '28, ove il capitolo si conclude sinteticamente con la frase "Liberato, del Bottoni nessuno ebbe più notizia".

A meno di lunghe ricerche negli archivi dei processi svoltisi a Nizza all'epoca, in effetti non si saprebbe molto di più di questo episodio, in fin dei conti non molto diverso da mille altri, se non esistesse un interessantissimo documento, recentemente entrato nella mia collezione di documenti di storia del duello e che non sono stato in grado di reperire in alcuna altra biblioteca: si tratta della pubblicazione che il giornale quotidiano Espero, di taglio popolare e filogovernativo, pubblicato a Torino dal 1853 al 1861, fece stampare a partire da una relazione delle udienze relative al processo stilata da "un ufficiale del nostro Esercito, che ha assistito ai dibattimenti e che gentilmente la diede in dono all'ESPERO", come recita un paragrafo del frontespizio interno.

Si tratta di un documento utilissimo a seguire passo passo non solo le fasi preliminari del duello (in questo sono utili tanto i molti codici cavallereschi quanto gli articoli dei giornali dell'epoca), ma soprattutto lo svolgimento di un processo e le considerazioni legali (ma anche sociali) pro e contro lo scontro, in un'epoca, attorno alla metà del XIX secolo, in cui ancora il movimento anti-duello non si era fatto così forte come al tempo del Gelli, sebbene fosse, come dimostra questo caso, già punito severamente dalle leggi dello Stato.


Si assiste, quindi, durante la lettura delle oltre 50 pagine della relazione, alle deposizioni dei testimoni (non solo i padrini, processati a loro volta per complicità, ma anche il venditore delle pistole del duello, il tabaccaio presso il quale si era svolto l'inziale diverbio etc.) e alle arringhe degli avvocati accusatori e difensori.

Si snocciola pertanto davanti al lettore una pagina della storia del duello vista davvero da vicino, sotto la lente d'ingrandimento che la contemporaneità e la grande rinomanza del caso fornivano all'epoca.

Quante delle vicende di cronaca alle quali oggi sono dedicati articoli di giornale, servizi del Tg e speciali televisivi, tra 150 anni saranno viste solo come episodi privi di attrattiva se non per qualche raccoglitore di notizie o magari per qualche rievocatore storico?

Quanta della morale di oggi sembrerà superata agli uomini del futuro, allo stesso modo in cui ci sembra assurdo il modo di ragionare di una società come quella pre-unitaria?


Vale la pena di pensarci rileggendo le parole con cui si chiude la relazione, che potrebbero facilmente attagliarsi anche ad alcuni atteggiamenti vivi e vegeti al giorno d'oggi:

"La legge colpisce terribilmente il duello; l'opinione pubblica lo vuole, e lo rende in alcune circostanze indispensabile.

E finché la società continuerà a considerare una mano sul volto come un insulto sanguinoso, e la legge non lo punirà che di poche lire d'ammenda o tutto al più di qualche ora di carcere, è vano sogno lo sperar di togliere i duelli fra gli uomini d'onore"

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